Il tempo sembra passare… il mondo accade

regia: Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
con: Mario Ponce-Enrile e Tommaso Maltoni alla guida del camion
sound design: Enrico Casagrande
fonica: Carlo Bottos
produzione: Motus in collaborazione con Festival di Santarcangelo

Debutto: 7- 12 – 13 luglio 2002 presso Palacongressi di Rimini, in occasione del Festival Santarcangelo dei Teatri


Il tempo sembra passare… il mondo accade debutta nel luglio 2002 presso il Palacongressi di Rimini. La performance trae ispirazione da Un Captif Amoureux di Jean Genet, l’autore con il quale i Motus hanno deciso di terminare il proprio percorso attraverso le Rooms. Si tratta di un resoconto del periodo palestinese dell’autore che aveva intrapreso un viaggio umorale e politico nel mondo dei fedayin, alla scoperta di una gioia della morte, fatto di parallelismi con il mondo occidentale. Riflessioni lucide e disincantate su uno stato di cose che ancora oggi è di un’attualità disarmante. Non stupisce allora il successivo passo dei Motus verso Pier Paolo Pasolini.

Frammenti di Un Captif Amoureux fanno da sottofondo alla performance messa in scena in una “room” che questa volta non è né immobile né digitale, bensì allestita all’interno di un camion in movimento. Protagonisti sono il danzatore filippino Mario Ponce-Enrile, abitatore della stanza, e Tommaso Maltoni, guidatore del camion, che di tanto in tanto fa capolino nel campo visivo dello spettatore. Le parole di Genet sono scandite in francese dalla voce di Renaud Chauré. In questa stanza mobile il performer attraversa la propria solitudine, tra danze e suoni, tra immagini appese alle pareti e fogli di carta sul pavimento. La sua vita è chiusa all’interno del camion che è chiuso all’interno dell’enorme e isolato capannone della fiera. Una solitudine dentro un’altra solitudine. Un vuoto dentro a un altro vuoto.

Questa ultima tappa del progetto Rooms mette in scena una pluralità di linguaggi. Il lavoro svolto dal gruppo si è concentrato sul concetto di vuoto assoluto e sul senso di estraneità. La stanza d’albergo già asettica e gelida degli spettacoli precedenti, acquista qui una esasperazione e una essenzializzazione totale. Non vi è nemmeno più traccia del timore della morte, ma solo un estremo e spaventoso disagio. «Vorrei che l’ultima pagina fosse trasparente» questo il requiem che i Motus dedicano a Genet e alla conclusione del progetto Rooms.

presentazione a cura di Patrizia Bologna

Note di regia

“La prossima pagina del mio libro è trasparente.”
Così si chiude un Captiv amoreaux, l’ultimo testo di Jean Genet. Nel vuoto. Con queste drastiche parole abbiamo deciso di concludere il progetto Rooms.

Una piccola e squallida stanza d’albergo, come quella in cui è stato trovato Genet morto a Parigi, con a fianco il suo ultimo manoscritto, si allontana nel buio, diviene un minuscolo riquadro di luce lontana. Poi nel silenzio, si spegne. Restano sul percorso fatto dal grande camion nero, al cui interno è allestita la stanza, dei fogli A4 bianchi, lanciati disperatamente fuori da Mario Ponce-Enrile, l’unico attore della performance.

Pagine bianche, rumori di guerre e sommosse popolari, note struggenti di jazz, quello di Thelonius Monk, sono pochi appigli con cui si muove il corpo del giovane danzatore/performer filippino, che, pur avendo una preparazione da break-dancer, si avventura su territori della dinamica corporea alquanto inesplorati…

Nella luminescente stanza mobile, dalle pareti in carta da parati a cui sono attaccate decine e decine di cartoline dal mondo, si attua un disperato tentativo di dare corpo a delle parole inequivocabili, tutte incentrate sul senso dell’essere “artista” in relazione ai “fatti del mondo”, su quanto le parole ed i gesti possono incidere nel quotidiano.

Il tempo sembra passare, il mondo accade… Continua ad accadere, inesorabile… per tutta la vita Genet ha cercato “gli spazi fra le parole” in cui collocare una possibile “azione politica”, lasciando il teatro e la letteratura alle chiacchiere dei salotti parigini e scendendo sul campo, prima fra le Black Panters, poi fra i Fedayn palestinesi, dove trova finalmente quella “casa-patria” che aveva sempre rifiutato in Europa. E con i Fedayn conclude la sua esistenza, continuando a scrivere, inesorabilmente, perseverando nell’usare le sue “vecchie parole” per documentare, per parlare di quella storia sommersa che non giunge sulle pagine dei grandi mass-media, né sui tavoli dei produttori cinematografici e degli editori.

Genet continua a scrivere insistendo nell’interrogarsi sul senso dello scrivere.

Rooms si conclude, il tempo sembra passare, la scena si allontana e Motus si prepara ad affrontare un nuovo progetto, del quale forse il forte senso interrogatorio e di sospensione di questa minimale performance, che nasce da una urgenza eminentemente politica, ne è già un tenue preludio…