RIP IT UP AND START AGAIN

regia e drammaturgia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
assistente alla regia Jonas Lambelet

suono Enrico Casagrande, Ian Lecoultre e Micaël Vuataz 
video Simona Gallo
luci Simona Gallo e Daniela Nicolò

con gli allievi de La Manufacture – Haute école des arts de la scène Coline Bardin, Davide Brancato, Estelle Bridet, Arianna Camilli, Azelyne Cartigny, Guillaume Ceppi, Anastasia Fraysse, Aurélien Gschwind, Mathilde Invernon, Agathe Lecomte, Antonin Noël, Martin Reinartz, Elsa Thebault, Gwenaëlle Vaudin, Adèle Viéville
costumi Doria Gomez Rosay
tecnica Ian Lecoultre Ludovic Fracheboud


una produzione La Manufacture – Haute école des arts de la scène con Motus

con il sostegno di MiBACT, Regione Emilia Romagna Fondazione Ernst Göhner 

Maybe I should just take a walk, with no destination.
(Sam Shepard)

L’idea di nuovo cominciamento, anche senza meta precisa, rispetto alle richieste di “brillante” performatività e iper-efficienza imposte alle nuove generazioni, ci pare un bel modo per rimettere in gioco alcune attitudini desuete, come perdere tempo e mettersi in cammino, vagare per zone marginali e inesplorate da cui, appunto, ricominciare… Sempre con della musica alle orecchie che spinge!

Scegliamo di dare un’impronta decisamente musicale a questo nuovo spettacolo-avventura collettiva anche perché la musica funziona spesso come efficace agente predittivo di cambiamenti più ampi, anche rispetto alla fatidica domanda che attanaglia le nuove generazioni alla fine di un percorso di studi: E ora che fare?

Rip it up and start again (che potrebbe essere una bella risposta) è anche il titolo di un importante libro di Simon Reynolds sul fenomeno musicale Post Punk dei primi anni ’80, quelli di una generazione che ha fatto un estremo, brillante tentativo di risollevarsi, politicamente e artisticamente. Ripartiamo da qui, per questo progetto, anche perché i 15 attori sono tutti nati negli anni ’90, quando Kurt Kobain lanciò il suo ultimo grido d’allarme prima di farla finita, di fronte all’evidenza che tutto è stato assorbito – sussunto – dal “realismo capitalista” (Mark Fisher, 2009), descrivendo “una generazione di cui ogni singola mossa era stata anticipata, tracciata, comprata e svenduta prima ancora di compiersi”. È proprio così?

Gli anni zero non hanno certo dato inizio al futuro che in campo culturale ci aspettavamo, ma piuttosto a varie forme di “retromania”, in campo politico e, ancora una volta, in quello artistico-musicale: le reunion più o meno riuscite, le cover band, il ritorno del vinile e delle musicassette hanno contribuito alla creazione di uno scenario dove anche i nuovi personaggi assomigliano a un patchwork di fenomeni precedenti. Del resto nulla si genera dal nulla e le referenze sono inevitabili quando si inizia… But, insieme alla denuncia di un futuro che non c’è stato, o che viene lentamente fatto a brandelli, occorre farsi una domanda a cui ancora non c’è risposta: continueremo a vivere oppressi dalla nostalgia oppure questa fase storica porta nel seno il desiderio del Future shock per immaginare alternative irriducibilmente aliene, anche utopico-fantascientifiche, al neoliberismo imperante del No Alternative?

Perché… Senza il nuovo quanto può durare una cultura?
Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore? (Mark Fisher)

Per gli adolescenti dei primi anni ’80 (come i registi di questo progetto…) il post-punk è stato la più estrema iniziazione alla cultura, o meglio a una certa cultura di protesta, a suo modo di nicchia, lontana anni luce dai movimenti politici-protestatari degli anni ’70: una forma di antagonismo scuro, senza fiori o pistole, esploso dopo il collasso dei Sex Pistols e la percezione che il No future ci era istillato con il latte materno, assieme agli ormoni della crescita e gli antibiotici…

Non ci rivolgiamo a questo movimento minoritario in chiave nostalgica, come assolutamente non è passatista l’impostazione assunta dai curatori del convegno del 2016 Post Punk then and now -ovvero Gavin Butt, Kodvo Eshun e Mark Fisher – quest’ultimo ha poi dato addio a tutto, suicidandosi l’anno successivo. L’anima di questo symposium pareva essere super ottimistica: si ricercavano in quei movimenti giovanili, ancora super attuali per l’estetica e l’estremismo, germi virulenti che potessero essere stimolo e rinforzo alle pallide nuove generazioni odierne: ed è proprio quello che proviamo a fare con questo progetto, senza clonare, ma immaginando altrove

Già nell’introduzione al convegno si evidenzia “che la cultura può essere al tempo stesso popolare, sperimentale e intellettualmente raffinata.” Dopo la nichilistica sparizione dei Sex Pistols comincia anche a sparire pezzo dopo pezzo un certo mondo: l’avvento del Thatcherismo in Inghilterra e di riflesso in Europa, come negli USA con Reagan, spiana la strada al più deleterio neoliberismo post-fordista, a una forma di subdolo annichilimento letargico delle sinistre, come alla inesorabile frantumazione e deriva verso le destre della working-class. Di fronte al turbocapitalismo imperante, all’illusione di benessere e crescita illimitata, al disimpegno edulcorato dai piaceri del consumo e dello shopping, il post punk era l’antidoto.

Connesse a questo movimento minoritario si possono ritrovare le origini di una serie di lotte e rivendicazioni riguardo al gender, all’anti razzismo, al cyber-femminismo e alla sessualità polimorfa che oggi sono ormai alquanto riconosciute nell’opulento occidente dal mainstream alternativo, basti pensare al movimento Queer… Eppure è soprattutto in quegli anni che le rivendicazioni più estreme hanno cominciato a diffondersi in tutti gli ambiti artistici. Sono stati anche gli anni di una prolifica creatività provocatoria e “scandalosa”, poi violentemente ammansita dall’immissione sul mercato di enormi quantità di eroina che hanno falcidiato tanti heroes and heroines

Concordiamo dunque con i curatori del convegno che sostenevano We are back where we were, perché la diffusione di politiche sovraniste e xenofobe, la precarizzazione del lavoro, il fallimento dei movimenti Occupy degli anni ’10, la brandizzazione universale delle controculture, stanno creando un clima culturale davvero molto vicino alla situazione dei primi ’80.

Guardiamo dunque a quegli anni, alle forme di rivalsa in campo artistico affinché possano essere propulsori d’idee rispetto al Do it yourself! (che è l’anima dell’etica post punk).

Già allora non si metteva più in discussione il dominio delle merci, ma veniva criticamente riletto, re-interpretato per intervenire sulle fasi stesse del processo produttivo. Lo slogan dei Clash era appunto ”Potete farlo anche voi!”. La differenza è che ora la rete permette di farlo effettivamente ovunque e a costo zero, ma nell’isolamento della cameretta di fronte a una web-cam in diretta… mentre allora dovevi uscire di casa, trovare un postaccio per incontrarti, provare, fare la grafica e magari stampare una fanzine… Insomma metterti in moto e andare con le tue gambe.

E tutto questo era scritto nei testi delle canzoni di un’infinità di gruppi dilagati in tutta Europa, molti dei quali rimasti rigorosamente al di fuori dei mercati e più o meno sconosciuti, altri diventati super star… Alcune di queste canzoni sono dei veri capolavori poetici, che attingono a loro volta a tanti artisti visionari di altri periodi storici.

Stiamo “collezionando” queste Lyrics per analizzarle, riprodurle e scriverne altre con i ragazzi, perché Rip it up and start again è uno spettacolo-concerto-karaoke-manifesto, con molti video clip (dai nuovi e vecchi remix…) che ricerca nel passato recente per guardare l’oggi con occhi diversi e forse, anziché sputarci sopra, tenta di creare un’imprevedibile-altra scena-movimento, che possa scatenare stupore e spingere ad alzare il volume del dissenso.


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