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Deserto: il vuoto scenico Lo spazio in cui l'urlo risuona è dunque un luogo vasto, aperto: il deserto.
E' simbolo di solitudine e negazione della storia, cui l'uomo ricorre non per cercare il vuoto, ma quando scopre il vuoto dentro ed intorno a sé: ci corre in mezzo il cannibale Pierre Clementi in Porcile, solitario, contro il fondo nero del vulcano; e ci corre in mezzo anche Massimo Girotti in Teorema, disperato, come se da quella situazione di nudità, dove i pregiudizi, i classismi sono caduti, Pasolini volesse (ri)cominciare.
Ma nei deserti dell'Oriente ci va anche in spedizione Carlo, il protagonista di Petrolio, alla ricerca del nuovo "vello d'oro", il petrolio, l'oro nero...ed è proprio nel deserto che oggi si disputa la guerra criminale per il controllo dell'intero pianeta, è nel deserto che corrono i carrarmati statunitensi, che vengono scavate trincee, che vanno in putrefazione i corpi atterrati dai bombardamenti, che bruciano i pozzi petroliferi per mesi ...Tutto viene dal deserto e tutto pare risolversi in esso, fra la sabbia ed il vento caldo.
Il maggior grado di presenza è l'assenza.
"Ah miei piedi nudi, che camminate sulla sabbia del deserto..."
C'è la possibilità di percorrerlo a piedi, miticamente, ma è altrettanto potente andarci in macchina: altro tempo, altra visione.
Siamo andati in Tunisia a fare delle riprese nel Sahara ed allo straordinario lago salato Chott El Jerid: è stato necessario andare, stare un po' nel deserto, prima di immergerci nell'ultima fase di lavoro a Rennes, dove "L'Ospite" debutta il 20 aprile 2004.
Ogni nostro nuovo spettacolo è sempre preceduto da un viaggio: Los Angeles ed i deserti americani per Rooms ed ora il Sahara e le periferie tunisine, poi quelle napoletane e romane, sino alla nebbia della Bassa Pianura padana per L'Ospite... Un viaggio in automobile, con una staffa con tre telecamere che registrano in sincrono il paesaggio in movimento dal cruscotto: un grande trittico-cinetico-documentario, che riproduce –scomponendolo- quel "Fuori" che ha sempre faticato a comparire nei nostri spettacoli.
Come un viaggio del resto è andare fra le parole, i Dati e gli "appunti per" di Pasolini: occorre lasciarsi trasportare, lasciarsi in qualche modo possedere.
Abbiamo deciso di partire da una terra di nessuno, ed è forse in questo terrain vagues che faremo ritorno, dopo aver tentato di fare questo viaggio, o meglio "Schema di viaggio", in automobile: Motus e Pasolini, insieme, provando a sovrapporre gli sguardi, che, sostanzialmente, non sono mai stati tanto distanti.
Un viaggio che parte da Teorema e giunge a Petrolio.
Un viaggio che termina, che viene interrotto dalla morte, la sola in grado di compiere il definitivo, scioccante montaggio "sull'inarrestabile piano sequenza della vita". "(...) E' dunque assolutamente necessario morire, perché, finché viviamo, manchiamo di senso (...) la morte compie un fulmineo montaggio della nostra vita".
C'è il deserto di sabbia d'oriente o d'africa, luogo di esperienze mistiche e tragedie umane, ma ci sono anche i deserti urbani, le terre di nessuno, i confini labili fra città e campagna, tra rurale e industriale, dove gli effetti della globalizzazione forzata e di una certa spregiudicata speculazione edilizia, tutta italiana, hanno partorito il loro mostri senz'anima, depositandoli sul terreno come alieni, senza prima né dopo.
"Come costellazioni, questi gruppi di abitazioni, si spingevano dal deserto desolato verso costellazioni più fitte. Ma il silenzio non era meno fondo che nel deserto. Negli enormi cortili di materiale povero, cemento spruzzato per parere marmo, mattoni che parevano finti, il vuoto era assoluto."
Da Petrolio, La nuova periferia, appunto 121
Stanno lì, e paiono domandare perché, certi folgoranti centri commerciali o palazzoni di città satellite che fingono di riprodurre dinamismi tipici dei piccoli centri urbani con una piazza e negozi, ma che mantengono sempre qualcosa di artificiale, forse artificioso, che li rende del tutto improbabili e soprattutto in vivibili secondo dinamiche aggregative consuete. Ed è negli spazi lasciati vuoti dal cemento aggressivo che prendono vita mondi paralleli, sottoboschi umani, nuovi percorsi di relazione e scambio fra il deviante e l'equivoco, il degradato e l'ultra moderno. Cosa è vero, cosa no. Dove risiede ora l'attualità, al centro o nella periferia? "Nessun deserto sarà mai più deserto di una casa, di una piazza, di una strada dove si vive millenovecentosettanta anni dopo Cristo. Qui è la solitudine. Gomito a gomito col vicino, vestito nei tuoi stessi grandi magazzini, cliente dei tuoi stessi negozi, lettore dei tuoi stessi giornali, spettatore della tua stessa televisione, è il silenzio.
Non c'è altra metafora del deserto che la vita quotidiana."
Da appunti per un film su San Paolo, 1968/74 |