PROGETTO L'Ospite

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spaziatore superioreFotografiespaziatore superioreFotografiespaziatore superioreFotografiespaziatore superioreFotografiespaziatore superiorespaziatore superiorespaziatore superiorespaziatore superioreFotografiespaziatore superiore "Il Mattino" di Napoli - 2 dicembre 2003

Motus e "Petrolio"

Anima e carne nelle notti di Pasolini
di Enrico Fiore

Ferdinando di Annibale Ruccello? Io me ne sono ricordato mentre, nell'ex officina dell'Italsider, assistevo a «Come un cane senza padrone», l'allestimento presentato da Motus in «prima» nazionale - e nell' ambìto del progetto «Petrolio» - come tappa iniziale del percorso creativo verso «L'Ospite», uno spettacolo ispirato a «Teorema» di Pier Paolo Pasolini e che debutterà a Rennes nell'aprile dell'anno prossimo. Ma, naturalmente, non mi sono ricordato del Ferdinando di Ruccello soltanto perché anche l'omonimo testo che lo vede protagonista s'ispira a «Teorema». Quel personaggio s'inscrive nella sostanza di una pura idea a metà fra la «bellezza che uccìde» di Rilke e l'«angelo necessario» di Cacciari. E proprio su tale ossimoro, sulla compresenza dell'idea appunto, e della fisicità più disarmata (oltre che' s'intende, sul corto circuito fra le due dimensioni) si fonda «Come un cane senza padrone». Perché lo disse lo stesso Pasolini: «... giro per la Tuscolana come un pazzo, per l'Appia come un cane senza padrone». E quelle sue notti, quelle sue corse frenetiche in auto si traducevano, e adesso si traducono nell'allestimento di Motus, in uno scarto disperato fra la libertà e la potenza della Parola e la costrizione la finitezza del corpo.

Al di sopra di carcasse d'auto e di un'auto in cui siede al volante un uomo in attesa, quattro grandi schermi su tre di essi scorrono le immagini delle desolate periferie suburbane fra la Casilina, Ostia, Volla, Secondigliano e, giusto, Bagnoli, sfiorando anche il luogo in cui fu ucciso Pasolini e adottando, come commento sonoro, la sua voce e quella di Alberto Moravia, che pronuncia l'orazione funebre per lui; mentre sul quarto schermo viene proiettato il film muto relativo agli appunti da 58 a 62 di «Petrolio», letti da una narratrice dietro un leggìo e un microfono e interpretati, a tratti e dal vivo, dagli stessi due attori che compaiono nel film.

Ora, già quest'impianto rende perfettamente conto dell'ossimoro e dello scarto di cui dicevo: poiché, ovviamente, le immagini e la narratrice sono un equivalente dell'idea e i due attori che agiscono dal vivo costituiscono, di per sé, l'urgenza immemore del corpo. Ma il discorso che vado facendo trova un'ulteriore conferma nella sequenza (del testo e del film) in cui il cameriere Carmelo infila il soprabito all'ingegner Carlo dell'Eni quasi avvolgendolo in un abbraccio. Non è, quel «quasi abbraccio», l'avviso (e, dunque, per l'appunto l'idea) dell'amplesso furioso (e descritto sin nei minimi dettagli, con precisione maniacale) fra gli stessi Carmelo, epigono dell'Ospite di «Teorema», e Carlo, crocifisso dal «manifestarsi» del giovane alla propria inerme, e sino ad allora nascosta, verità umana?

Non a caso, al termine dello spettacolo l'attore che interpreta in carne ed ossa Carlo s'allontana sfilando davanti agli spettatori e togliendosi, via via, tutti gli indumenti. Sono crollate, sotto la furia animalesca di quell'amplesso consumato fra le cartacce di un sordido prato, anche le più resistenti «sovrastrutture» ideologiche e sociali. E a me non resta che citare - di questo spettacolo ad un tempo potente e tenero, visionario e sensuale, impavido e smarrito - i principali fra gli artefici: gli autori e registi Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, la realizzatrice delle riprese e del montaggio video Simona Diacci, la narratrice Emanuela Villagrossi e gli interpreti Dany Greggio e Franck Provvedi. Sono un'eco della passione ferita di Pasolini.

 

 

Tuttoteatro.com - Anno V - n. 5 - 7 febbraio 2004

Notte infera su un pratone di periferia

Motus riprende al Teatro Sanzio di Urbino lo studio dedicato a Pasolini, Come un cane senza padrone, presentato a Napoli nel progetto "Petrolio". E' la prima tappa di un cammino che produrrà, ad aprile in Francia, L'ospite (ispirato a Teorema) e che dimostra la grande maturità raggiunta dalla compagine diretta da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò. Un lavoro notevole per il delicato equilibrio che costruisce fra materiali diversi, creando in scena un equivalente duro, materialista, concettuale, polifonico del romanzo
di Massimo Marino

Urbino - Il teatro nel cinema. L'attore è voce, l'attore è presenza sospesa. Lo spazio è domanda e allusione. L'immagine, moltiplicata, avvolgente, è il reale e l'immaginario: periferie che scorrono videoriprese intorno alla voce profonda di Emanuela Villagrossi, che racconta come un cesello. Legge Petrolio, il romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, gli appunti dal 58 al 62. Muri scrostati, scheletri di gasometri, campi infestati di erbacce, sottopassaggi, rovine, discariche, detriti, palazzi sospesi su prati, su grandi spazi vuoti, strade, svincoli, file di luci, nastri di strade, corsie, asfalto, strade: in movimento su una lunga striscia di schermo sopra a un incavernarsi della scena in salotto buio, chiuso di lato da due altri schermi quadrati. In quello a sinistra si svolge, sgranata, la storia dell'ingegner Carlo dell'Eni, trasformatosi in donna, e del suo incontro sessuale, dopo una riunione di potere, con Carmelo, popolano, guida in una notte infera su un pratone di periferia; a destra bambini che giocano, scuri di pelle, che ridono, che sfottono, che sono, e cani e carcasse di auto incrostate di ruggine, ricoperte di muschi ed efflorescenze di un deperire di brevi anni in ere geologiche, in un altro pratone di qualche Torpignattara d'oggi.
Una passerella di legno attraversa tutta la platea del Teatro Raffaello Sanzio di Urbino; un'Alfa coupè simile a quella di Pasolini sta in un angolo della scena sulla quale avanza l'attrice a un leggio. Motus riprende in teatro lo studio dedicato a Pasolini, Come un cane senza padrone, presentato qualche mese fa in un grande spazio napoletano per il progetto "Petrolio". E' la prima tappa di un cammino che produrrà in aprile a Rennes, in Francia, per il Théâtre National de Bretagne, L'ospite, uno spettacolo ispirato a Teorema del poeta cineasta, al romanzo più che al film (prima italiana al festival di Santarcangelo).
La compagnia riminese costruisce i propri lavori sempre a tappe, facendo del movimento continuo effigiato nel proprio nome la cifra di una ricerca che macera inquietudini, filtrandole attraverso schermi letterari, mettendole al vaglio di una riflessione che si confronta totalmente con l'essere contemporanei, con i linguaggi, le assenze, le posizioni di uno sguardo critico, incrinato su vite espropriate.
Questo "studio" è notevole non solo per l'impatto che ha sullo spettatore, portato dalla voce narrante in una specie di sogno subito sfregiato da punteruoli che entrano nella carne della coscienza, ma per il delicato equilibrio che costruisce fra materiali diversi, creando in scena un equivalente duro, materialista, concettuale, polifonico del romanzo.
Due attori andranno a far risuonare, in una postazione di fianco al pubblico con vari microfoni, in contrappunto con la narratrice, con rumori, sussurri, ululati, la notte di Carlo e Carmelo, inquadrata da gocce di una pioggia alla Blade runner, timida di una distanza di classe e bruciante di attrazione, risolta in una penetrazione che cambia i connotati al sesso, alla scala sociale, alle attese, ai ruoli, con una violenza a tratti insopportabile, solo di parola, funzionale, radiofonica, epica e perciò più incisiva, più frastornante. Intorno scorrono, ancora, la finzione, in immagini apparentemente descrittive (schermo a sinistra), in realtà emblematiche di picchi dell'azione, metonimie, allusioni, trasformazioni sgranate come una tremolante visione delle sequenze narrate da Pasolini. Fra tutte fortissima è la mutazione del corpo di Carlo da maschile in femminile, archetipo, desiderio, verità nascosta. Sugli altri schermi viaggiano spezzoni di deserti urbani, popolati da quei bambini che giocano, ridono, stanno. Vie che passano, con l'immagine scomposta in tre parti appena sfalsate, un'autostrada, una strada e i loro bordi, tre fotogrammi allineati, luci diverse, margini non perfettamente combacianti. Anche il mondo si manifesta come rappresentazione; o, forse, è percepibile solo in quanto tale.
Un dentro e un fuori combattono, coesistono, accrescono ognuno i molti sensi possibili dell'altro. A partire da quella passerella che attraversa il pubblico, che evoca il varietà o il teatro Kabuki (o le sfilate di moda tanto care alla poetica dell'apparenza di Motus), e che, a parte un breve passaggio iniziale di un attore per raggiungere la postazione radiofonica, resta inutilizzata fino alla fine. Un'attesa, lunga, di collegarsi a qualcosa, all'esterno, dove spariranno Carmelo, in impermeabile (movenze da sfilata nell'oscuro delle periferie dell'anima pasoliniane), e l'ingegnere, spogliandosi fino alla nudità. Interni: il salotto, il recesso della postazione radio, l'auto e il suo abitacolo, il film di sinistra che richiama salotti, stanze, corpi a corpo. Il non detto, quello che sta in fondo, nascosto. Un mondo chiuso, la borghesia, l'apparenza maschile che traveste una mitologica metamorfosi femminile. Il potere che si offre in pasto, sadianamente, all'altro, che incontra l'altro in un rapporto di amorosa violenza per succhiarne qualcosa. E intorno i detriti, i resti, i margini consumati della nostra rutilante civiltà di involucri vuoti.
La maturità del gioco dei mezzi espressivi arricchisce il teatro (la voce il corpo) di rimandi, di presenze che sforano verso una vita osservata con preciso e crudele occhio documentario, che tutto inquadra con la imperturbabile angoscia di una rappresentazione senza fine. Una realtà ingrandita, rivelata, messa in discussione nella costruzione metaforica di questa notte inferno, di quella distanza fra esseri umani incolmabile senza atti di cannibalismo. La borghesia, richiusa nelle cittadelle del potere, fasciste per Pasolini, attente a distruggere la vitalità col possesso, col dominio, a regolamentarla uniformando (e noi siamo già i posteri, avviliti, del terremoto della medializzazione), si scontra con l'altro, in un mondo diviso, allora, che poi hanno voluto farci credere unificato dalla possibilità di consumare. Un altro che si stacca dalle luci soffuse del salotto, incarnato nei volti allegri di bambini rom ripresi dagli autori nel grande spazio fra palazzoni, con tre cineprese su una lunga staffa, tre ore di vita, di relazione, circondato dallo scorrere di strade e luoghi simili a deserti, catturate da altre tre cineprese, sfalsate sul cruscotto di un'auto in giro per periferie romane e napoletane.
Sono tutti materiali pronti a germinare in installazioni (a Riccione Ttv, a Rimini in maggio al Teatro degli Atti in una tre giorni dedicata dai Motus alla loro città), in idee per L'ospite, ancora un'irruzione nelle vite di una borghesia forse impossibile da redimere. Lo spettacolo sarà prodotto in Francia perché in Italia è sempre più difficile trovare luoghi per ospitare formati che sfidano le abitudini, che cercano di disporre in elementi vari, apparentemente dissonanti, le crisi di consistenza e dicibilità del mondo. In questo ricercare e migrare, giustapporre materiali per fare incrociare sguardi dissonanti e insidiosi, si dimostra la grande maturità raggiunta dalla compagine diretta da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, con in scena Dany Greggio e Franck Provvedi, oltre alla implacabilmente trascinante Emanuela Villagrossi, sotto i destabilizzanti squarci "documentari" ripresi e montati da Simona Diacci.

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