15.11.2011

MOTUS
Presenta
THE PLOT IS THE REVOLUTION


di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

con Silvia Calderoni e Judith Malina (Living Theatre)
e la comunità  a-venire di “The Plot”

suono Andrea Comandini
spazio scenico Enrico Casagrande, Daniela Nicolò, Damiano Bagli
luci Luigi Biondi  

una produzione Motus
con la collaborazione di Thomas Walker, Cristina Valenti e Brad Burgess

Evento Eccezionale realizzato grazie al sostegno di:
Festival Santarcangelo 41
Fondazione Morra, Napoli




E’ ancora possibile immaginare Brave new world come tanti utopisti hanno fatto in passato? Esistono spazi mentali e geografici per presupporre e tramare epocali ribaltamenti/rovesciamenti o, diciamolo, vere rivoluzioni, nel nostro assopito occidente? Insomma la rivoluzione here and now  è ancora concepibile?

THE PLOT IS THE REVOLUTION è l’Evento Eccezionale che inaugura “The Plot”, nuovo progetto Motus 2011 > 2068.

Ci avvaliamo di un termine ricorrente nella fantascienza e nella meteorologia per descrivere la sequenza di EE, o preludi, allo spettacolo “animale politico”.                       
É forse iniziato un processo di non ritorno che ci scaglia dentro punti caldi del pianeta, per captarne forze telluriche e accumulare energie necessarie a vivere “in un mondo in cui non ci si può adattare e a cui non si può rinunciare, as citizens, as society-makers”.

Che cosa succederà adesso? É la domanda sollevata in chiusura di Alexis.Una tragedia greca,  il nostro ultimo spettacolo. Alexandra Sarantopoulou, affermava che, per lei, la chiave della risposta è in una scritta che alcuni ragazzi hanno fatto su un muro di Atene: Ερχόμαστε από το μέλλον ( Noi veniamo dal futuro).                                      
Si collocano nel futuro, perché sono il futuro, un futuro che Huxley e Orwell avevano dipinto a fosche tinte, ma che forse riserva qualche sorpresa?
  
Al contrario dei romani, i Greci erano convinti che la tendenza al mutamento, connaturata al mondo dei mortali proprio in quanto mortali, fosse irrimediabile e inalterabile perché in ultima analisi basata sul fatto che i νέοι, i giovani, che nello stesso tempo erano i nuovi, tendevano costantemente a minare la stabilità dello status quo.  
                                              
Hannah Arendt, Sulla rivoluzione, Einaudi Torino, 2006

The Plot: una sequenza di Atti Pubblici/Happening e Workshop (EE) per spazi urbani e luoghi inattesi che, fra utopie e distopie, visioni libertarie e catastrofiche, vedranno di volta in volta coinvolti, con Silvia Calderoni, diversi artisti e liberi pensatori, giovani attori ma anche anziani, bambini, animali, blogger ed economisti, scienziati, filosofi e rifugiati politici…

Judith Malina, prima eccezionale ospite, apre con gioia questa catena di "incontri con uomini, e donne, straordinari" che hanno vissuto, o stanno vivendo, momenti epocali di trasformazione politica. A lei risale il titolo: agli spettatori di Paradise Now  veniva data una mappa in forma di diagramma che rappresentava il viaggio ascensionale dello spettacolo, verso la Rivoluzione Permanente. Ai piedi del diagramma si leggeva “THE PLOT IS THE REVOLUTION” ossia “la trama è la rivoluzione”.  La parola inglese plot significa carta, mappa, diagramma, ma anche trama, nella doppia accezione che contiene anche in italiano: trama nel senso di argomento, sintesi del contenuto di un testo o di uno spettacolo, e anche nel senso di strategia, complotto, attività volta al conseguimento di un qualche fine. Questo accadeva esattamente nel 1968, quando davvero tutto il Living Theatre credeva che usciti dal teatro la rivoluzione si mettesse in atto. E…  Che cosa succederà adesso?

Ora la nostra immaginazione utopica si è talmente atrofizzata nell’atmosfera asfissiante delle predicazioni apocalittiche, (catastrofe climatica, carenza di energie, estinzione di specie animali, sfacelo economico, guerra per le risorse…) che sembra molto più facile immaginare un mondo morente che un mondo migliore. Ma è giustamente quando l’utopia diviene inimmaginabile che è necessaria. Questa utopia non è un “Paese da nessuna parte” o una fuga, né un sistema universale, né un avvenire perfetto, ma è qualche cosa che ci prende allo stomaco, che ci ricorda che non dobbiamo accettare le briciole del presente. Si ha sempre un altrove dove andare. Sempre.                                                                                                                   
Isabelle Fremeaux e John Jordan, Les Sentiers de l’Utopie, La Découverte, Paris, 2011
 
E questo altrove va immaginato anche nel corpo del teatro, aggiungiamo… Perchè se si smette di costruirlo, nei piccoli spazi che ancora lo permettono, tanto vale chiudere gli occhi e dormire ignari e pilotati per sempre, come sotto gli asciugamani di una beauty-farm, mentre fuori il mondo scorre (e precipita).

Diamo vita a questo “incontro fra due Antigoni” per condividere con gli spettatori un accadimento o esperimento - non uno spettacolo -  ma un fatto, un dialogo fra generazioni, esperienze, voci e fisicità diverse ma possentemente vicine, unite dal suono della fiamma che induce a credere ancora nel teatro come possibilità d’azione, d’incisione sul tempo presente. Ci sentiamo “delusi ma non rassegnati”, per citare ancora il grande Paul Goodman, che così si definiva, e con coragggio (e lo scriviamo con tre g) proviamo a riesumare questo vocabolo per porlo di nuovo al centro del fare artistico come necessità, e forse, come vera possibilità.

Judith Malina é un pezzo della storia, cosa che l’annoia, ma di cui é anche straordinariamente consapevole. E a suo modo soddisfatta. Quello che non la soddisfa è che l’essere diventata storia non possa mettere in moto un nuovo meccanismo di trasformazione. Se solo la storia diventasse concime, o nutrimento, o colore dell’orizzonte, o sciabolata di luce, per le generazioni a venire! Se solo potesse sollecitare, dal profondo delle sue vene non addomesticate, nuove insubordinazioni e nuove esperienze di fuoriuscita dalle esperienze, di fuoriuscita dai solchi delle tradizioni!                                                                                                   
Cristina Valenti, Conversazioni con Judith Malina,  Titivilus Edizioni, 2008

Ci interessa lo sguardo di una artista e attivista anarchica come Judith Malina, ostinata  pacifista, che tanto ha visto e vissuto, sui fatti e le trasformazioni del qui e ora, di riflesso al vento di rivolta che sta attraversando il Mediterraneo: in molti casi sono proteste e lotte per la libertà violente, molto violente: anche su questo rifletteremo.

Queste rivoluzioni di oggi avranno almeno un vantaggio: niente sarà più come prima,                  
né all’interno dei paesi, né all’esterno.       
                                                                                               
Tahar Ben Jelloun, La rivoluzione dei gelsomini, Bompiani Milano, 2011

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